Italia sotto lo schiaffo delle banche “Non importa chi vince le elezioni. Basta solo che…”: euro-dittatura

Uno “strano silenzio” sul voto italiano. Non c’è l’isteria che caratterizzò il pre-referendum del 4 dicembre 2016, quando una sconfitta di Matteo Renzi (poi avvenuta) sembrava preludere al default del sistema-Paese.

Tutto sommato è cambiato poco o nulla, i capitali esteri non sono fuggiti e anzi hanno spinto la Borsa a un aumento del 38% mentre il rendimento dei titoli di Stato è sceso.

Le banche non se la passano benissimo, ma il crollo degli istituti paventato da molti analisti internazionali non è fortunatamente avvenuto.

Ma cosa succederà dopo il 4 marzo? Probabilmente nulla di devastante, almeno dal punto di vista dell’Alta finanza e delle banche. Sentix, indice degli investitori sulle probabilità di rottura dell’euro, come sottolineato dal Corriere della Sera oggi viaggi ai minimi, a differenza delle impennate terrificanti durante la crisi greca del 2015 o prima del voto in Francia, dove una vittoria di Marine Le Pen era vista come una bomba sotto le poltrone di Bruxelles e Strasburgo.

Più che centrodestra contro centrosinistra, la sfida che preoccupa gli investitori è quella tra europeisti (“di sistema”) e populisti (“anti-sistema”), perché la chiave dei loro successi è sempre la stessa, “stabilità”. Certo, l’Italia fuori dall’euro è “quotata” 4,7%, più di Grecia (4,2%) e Spagna (1,2%) ma la più bassa dal 2011 a oggi.

Di fatto, non si aspettano scossoni né sorprese. M5s e Lega, che accarezzano più degli altri partiti idee euro-scettiche, non sembrano al momento far paura a chi governa l’economia, e la politica, nell’Unione europea. Forse perché, sotto sotto, tutti sanno che sarà difficilissimo per loro avere una maggioranza forte e un governo solido.

E che nel peggiore dei casi è sempre pronto quel “governo del presidente” invocato da Massimo D’Alema, un bella soluzione all’italiana che fa contento soprattutto chi italiano non è.

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